Perché preferisco che le/i mie/i figlie/i non giochino con Barbie

di Debora T. Stenta

Nei pomeriggi di me bambina, mentre mia madre si dedicava con cura disperata alla casa e agli scheletri dei suoi armadi, mia sorella ed io vivevamo le nostre esperienze nelle vesti di Barbie. Avevamo anche il condominio di Barbie e il mobilio relativo, nonché abiti e accessori, ed era davvero divertentissimo, per noi, giocare a Barbie.

Pregustavo una vita adulta fatta di amicizie e relazioni amorose tra persone belle, snelle, ricche e famose. L’ambientazione tipica dei nostri “accampamenti” di Barbie era New York. Nei nostri giochi, Barbie era abbastanza accondiscendente e anche un po’ oca in presenza di Ken.

Quei corpi in perenne apnea mi facevano sognare di diventare a mia volta una top model o una cantante, da grande. I seni antigravitazionali, i ventri inesistenti, le vagine chiuse e lisce, i glutei piatti e quell’andatura svolazzante continuamente in relevez, sospesa nella leggiadria di ragazza senza peso e senza radicamento, hanno forgiato la mia immaginazione, il mio metro di valutazione di circonferenze e densità delle masse corporee. Per anni (a volte ancora adesso) mi sono stupita sinceramente di fronte a corpi veri, con masse che cadono o che sbocciano in punti non sospettabili, segnate da cicatrici, bucce d’arancia, smagliature, rotolini.

Il suo sorriso brillante mi ha insegnato qual era la via per non creare problemi attorno a me. 

Ho scritto “attorno” e non “dentro”, perché quello che è successo dentro di me è un’altra storia.

Quello che è successo dentro è che lei mi ha fornito un modello, una via da seguire per continuare un percorso che già nella più tenera età avevo intrapreso, caratterizzato da un progressivo distanziamento dalle mie reali emozioni.

Fin dalla culla ho imparato che il mio pianto e il mio disagio non avevano molto valore, perché rimanevano abbastanza inascoltati in virtù anche delle teorie di puericultura in voga già negli anni Settanta. Quello che, come bambina, il mondo si aspettava da me, era che fossi gentile ma anche brillante, “educata”, precocemente indipendente, pulita, prevalentemente silenziosa ma che rispondessi sempre alle richieste altrui: insomma, brava

Man mano che crescevo, anche il mio aspetto tendeva a somigliare sempre di più a quello di Barbie, anche se io non ero bionda (ma ebbi anche le “mechès” per un periodo, per cercare di esserle più simile). Sempre truccata a puntino e attenta all’effetto che il mio piacevole aspetto produceva negli altri, mi aggiravo per il mio piccolo mondo, accondiscendente e oca quanto bastava (soprattutto in presenza dei vari Ken), a costo di camuffare la mia già guizzante curiosità emotiva e intellettuale. Era molto importante che io avessi successo nelle attività che svolgevo: fossero esse nella scuola, nella danza, nella musica o nel disegno, le mie doti si manifestavano sempre molto brillantemente e senza deludere le aspettative altrui.

Bene, ero proprio diventata come Barbie.

piedi-miei

Il primo “sisma” l’ho registrato all’età di 16 anni e si è palesato a livello più superficiale, come spesso accade, cioè nella “moda”. Dall’essere un’attenta seguace delle varie firme e marche più costose, sono improvvisamente passata a uno stile grunge abbastanza trasandato in seguito a un viaggio solitario nel Regno Unito. Da lì è seguito un concatenarsi di sperimentazioni alternative: dal punk al dark, dal gotico all’hippy, il mio modo di abbigliarmi e pettinarmi ha seguito i mutamenti dei miei ascolti musicali e delle mie frequentazioni notturne, ribellandomi in quel modo alla precedente frequentazione dei concorsi di Miss Liceo o Lady Trotto.

Quello che ha preluso il cambiamento esteriore è poi arrivato anche a livello interiore, e lì sono stati fiumi di lacrime, urla e soldi a profondersi per continuare a guarire dalla “Barbite”.

Ora indosso i miei capelli magnificamente argentati e il mio seno splendidamente segnato da 5 anni di allattamento, con orgoglio.

Cammino con le mie gambe pelose e i miei piedi crepati su un sentiero che, lo sento, odora di libertà. 

I miei “segreti di bellezza” sono cibo vivo e sano, emozioni vissute appieno, argilla e oleoliti fatti a mano da donne che amo, compresa quella che amo di più, me stessa.

Ringrazio Barbie per avermi accompagnata in tutto questo, per averlo “incarnato” (meglio dire “implasticato”?) e per poi essersi fatta da parte, al momento giusto.

Ringrazio tutte e tutti coloro che, in buona fede, hanno creduto nei valori che Barbie rappresenta, portandoli nella mia vita.

Eppure oggi, come madre, preferisco che mia figlia non giochi con Barbie e che mio figlio non “giochi” con delle ragazze-Barbie. Preferisco fornire loro nutrimenti diversi, più inclusivi, più plurali, più vari; preferisco che abbiano a che fare con sorrisi più veri e con punti-vita più larghi, con gambe più storte e piedi più radicati al suolo, con ventri più ampi e pelli più senzienti, con mani più callose e ascelle più odorose, con lacrime e con ringhi, con ululati e risate sbellicate.

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6 pensieri su “Perché preferisco che le/i mie/i figlie/i non giochino con Barbie

  1. Ciao Debora, prima di tutto grazie per aver desiderato condividere un’esperienza così profonda. questi sono i racconti che permettono, anzi mi permettono di cercare “tasche nascoste” e andare a vedere cosa c’è dentro. Una riflessione mi viene: tu hai scoperto tutto quello che sei ora grazie a Barbie. Sì il percorso è stato forte, ma proprio per la presenza di Barbie si è imposto con decisione sulla tua strada. Ora, quella è la tua storia, non possiamo basarci su quella per decidere cosa è meglio o peggio fare, però anche “vietare” l’uso di Barbie penso non lasci la scelta ai tuoi bimbi di giocare con quello che li attira in quel momento. anche questa modalità è imposizione di un modello, o no’? grazie ancora!!! simonetta

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    1. Ciao Simonetta, grazie mille per la vicinanza delle tue parole e per il tempo che mi hai dedicato! Sono d’accordissimo sul fatto che “vietare” non è la strada giusta per sviluppare una sana coscienza critica, infatti nelle mie riflessioni non faccio alcun riferimento a questa via che trovo alquanto inappropriata al mio stile relazionale. Penso che, così come alle/i nostre/i figlie/i decidiamo cosa cucinare tutti i giorni, così è inevitabile che ci occupiamo di molti altri tipi di nutrimento, e decidiamo se lasciarli entrare nelle nostre case o meno. Non so, ad es., come ti regoli tu con gli zuccheri o i pesticidi o qualsiasi altra cosa che senti possa essere nociva per loro, ma sento che è naturale decidere ogni minuto, ogni secondo, se lasciare che una cosa faccia parte del nostro stile di vita o meno.

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  2. Sì, concordo pienamente con quello che dici. quello che però mi ha colpito molto del tuo racconto è che la via per trovare la propria strada, può anche passare attraverso paesaggi molto diversi da quelli che saranno poi il nostro destino. Anzi, forse, proprio aver visto quei paesaggi così lontani dal nostro essere ha permesso poi di riconoscere quelli giusti. Quindi anche Barbie ha avuto un senso. Rimane il fatto che ogni storia è unica.

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  3. Ciao Debora, è un paio di ore che navigo nel blog con estremo gaudio .Voglio condividere la mia testimonianza, che magari può aprire nuovi orizzonti.Ho giocato con Barbie e avevo due case e vari accessori.Mia madre non portava le mutande, non si faceva la ceretta, camminava a piedi nudi e a volte del tutto nuda per casa, tette non ne aveva affatto (come poi io) ma ogni volta che ero in difficoltà stoppava qualsiasi attività stesse facendo per dedicarsi a me; anche se ero semplicemente annoiata mollava le pulizie, di cui pure era disperata fan, e metteva in moto per andare a visitare, al cimitero degli inglesi, la tomba di Keats (non ci posso fare niente ero poco selvatica e molto intellettuale 🙂 e questa passeggiata è una che ricordo con particolare amore.).Non avevamo soldi e vestiti di marca non ne ho mai avuti.Ho comprato il primo paio di jeans del tutto mio a 14 anni a un merctino dell’usato; prima di allora ho solo indossato i vestiti smessi da mia cugina e alte amiche di famiglia (con fogge decisamente disperatamente orribili ) e mia madre dipingeva con i colori per i tessuti, su quelli che facevano particolarmente schifo o erano particolarmente lisi ,delle scenette molto primitive come la sua abilità pittoria le consentiva ma sufficienti per me per ritrovare allegria.E ogni anno, a inizio anno, quando mi comprava il diario scolastico era la prima a scrivermici sopra la prima frase.Anno dopo anno sempre la stessa: “Quando arriva la primavera, anche la falsa primavera,non resta che risolvere il problema del posto dove essere più felici”…Ho imparato a ri.vedere a ri amare tutto questo dopo che sono diventata madre e ho studiato letto e compreso l’importanza del legame madre figlia e ho ringraziato perchè ho capito perchè a volte essere accanto ai miei figli mi viene così semplice.non sono paziente nè coraggiosa.E’ l’unico modo che conosco e lo ripeto meccanicamente….Di Barbie mi ricordo a malapena, so di averla avuta e di averci giocato ma dovessi dirti cosa le facevi fare o dire non lo so di certo.I ricordi più potenti sono quelli del tempo passato con mia madre o con mio padre (che mi leggeva Trilussa o mi insegnava il suo mestiere di guidare i cavalli in interminabili pomeriggi all’ippodromo).Baci ti penso spesso con amore

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