La mia visione di una comunità in cui la nascita è libera

La mia visione di una comunità in cui la nascita è libera

di Jeannine Parvati Baker

traduzione di Debora T. Stenta

Immagina un mondo dove la nascita sia un evento sacro nel ciclo familiare, completamente libera in tutti i sensi della parola. La parola “libero” originariamente significava una relazione di affetto – tra i membri di una casa – che non era basata sulla schiavitù o sul pagamento. Pensate che differenza con la realtà della civiltà occidentale, in cui chi assiste al parto lo fa per professione. L’ostetricia è il secondo mestiere più antico e nell’antichità prostitute e ostetriche adoravano la stessa Dea nello stesso altare.

Un mondo in cui i bambini nascono in libertà, in un evento celebrato a livello comunitario, e non come un’emergenza privatizzata gestita dalla medicina, trasformerebbe la società. Le madri che mettono al mondo i figli con un’attenzione particolare alla dimensione spirituale portano questa consapevolezza nel mondo con sé in eterno. Una madre che si innamora profondamente del suo bambino avrà una fiera devozione nel sostenere l’integrità del proprio figlio. Piuttosto che la solita scena di genitorialità del distacco a cui assistiamo in qualsiasi supermercato di qualsiasi posto nei paesi occidentali, dove le madri portano in giro i loro figli in cestelli di plastica invece che sul proprio corpo, vedremmo “Mamatoto” – un termine africano che indica l’unità sacra di madre e bambino insieme. Non esistono due parole distinte nella lingua di questa tribù per indicare una madre e un neonato separati. In Africa c’è una visione simile alla mia, quando la nascita è un rito di passaggio spirituale e naturale: dopo la nascita madre e bambino non sembrano essere due individui separati.

Vediamo che sono indubbiamente un’unità fino a quel momento in cui il bambino fa i primi movimenti per gattonare fuori dal grembo materno. Io che ho sei figli posso virtualmente vedere il mio cuore camminare sulla terra in sei corpi diversi.

Le madri che aprono il proprio cuore con una nascita libera possono fare il prossimo passo nel loro cammino spirituale – e questa visione unificante può essere estesa a tutti. La nostra capacità di dare cure compassionevoli si intensifica quando siamo legati pienamente ai nostri bambini e non si ferma lì.

A livello cellulare possiamo sentire che occorre impegnarci nella comunità per renderla il posto migliore possibile per i nostri bambini e nipoti. Se, quando partorisco, assumo un’istituzione e dei professionisti per farmi partorire, come minimo avrò meno pratica dell’essere pro-attiva per il bene dei miei figli. E avrò anche qualcun altro da incolpare. Se avessi preso farmaci (epidurale) durante il parto, non sarei stata in grado di secernere ossitocina, l’ormone dell’amore. Non mi interesserebbe così tanto che i miei figli o, per estensione, la mia comunità, avessero perduto questo intenso legame, se avessi partorito alla maniera americana. Questo descrive la condizione attuale della società… Possiamo definirla apatia?

La mia visione di una nascita libera è una comunità in cui ogni donna è la propria ostetrica. Che partorire sia un’espressione naturale di amore eterosessuale è il segreto più segreto al mondo. È il miracolo più ordinario. Occorre costruire una comunità che supporta una vita più vicina alla natura, dove la nascita è celebrata attraverso un rituale che dà potere, invece che attraverso un controllo che la gestisce come se fosse pericolosa.

In alcune culture tribali, quelle che non sono tecnocratiche e che sono più vicine alla natura, al visitatore, dopo aver chiesto chi è l’ostetrica, vengono mostrate tutte le madri. Le madri assistono le figlie quando queste partoriscono. Ci sono rituali tribali che supportano il passaggio. Il rituale ostetrico ha soppiantato i rituali più naturali e meno meccanici della nostra cultura e le madri che sono state fatte partorire da “esperti” hanno perso la fiducia nella propria capacità di stare accanto alle proprie figlie quando queste partoriscono.

Immagina un mondo in cui la nascita fosse veramente libera in tutti i sensi, in virtù del fatto che ogni donna incinta avesse una relazione amorevole con sua madre, un mondo in cui le madri si sentissero libere di vivere questo rito di passaggio pienamente potenti dal di dentro, invece che sentire il bisogno di altri che dicano loro che va tutto bene. In una cultura in cui la libertà venisse vissuta alla nascita, le madri si sentirebbero più forti non solo nel proteggere i loro bambini dal male, ma anche nel prendersene cura senza dominarli.

Le madri insegnerebbero con il loro stesso modo di essere che il potere non è controllo, e insegnerebbero ad essere ciò che veramente sei. Come potremmo creare una comunità libera di esseri che smettono di dominarsi l’un l’altro e di dominare il resto del creato? Se dessimo alle madri l’esperienza corporea di libertà alla nascita, potremmo nutrire a turno bambini che non permetterebbero mai la vittimizzazione, i tentativi di controllo per manipolare gli altri. Il potere da dentro, non il potere su qualcuno o qualcos’altro, è la via verso la libertà.

Le nostre comunità e il nostro pianeta sono in crisi. Siamo arrivati al fondo dell’avidità rapace che si concentra sulla dominazione. Il problema non sembra risiedere nella sovrapopolazione, dal momento che è una sovrapopolazione di gente avida. Quando gli individui nascono in maniera gentile, accolti in maniera gentile dalla comunità, allattati per molti anni, non diventano avidi. Provengono da un luogo di pienezza e equilibrio all’interno delle nostre relazioni. I miei seni mi hanno insegnato un principio universale sul dare e il ricevere, lo scambio di beni tra persone. Quando allattavo i miei bambini fino in fondo, i miei seni si riempivano ancora di più. Comunque se avessi interrotto il flusso di latte prima che i miei bambini avessero finito, la mia scorta sarebbe diminuita. I miei seni esprimono un principio spirituale delle relazioni umane – più diamo dal cuore, più riceviamo.

Mettete questo a confronto con l’imprinting che dà il biberon rispetto alla relazione intima umana – usa e getta. Vi ricorda qualcosa? Potrebbe essere una descrizione dei valori della nostra cultura e delle relazioni usa-e-getta che sono così prevalenti? Relazioni in cui l’amore è misurato, a volte scarso, e ci si trova persi in sentimenti di abbandono di enormi proporzioni.

Anche il nostro rapporto con la Terra riflette questo imprinting primario. La nostra tendenza è di metterci in relazione con la Terra così come ci siamo relazionati con nostra madre. In questa prospettiva, sembriamo degli adolescenti ribelli che riempiono di spazzatura la casa della mamma prima di partire per un altro pianeta. Per sostenere la nostra matrice, il Pianeta Terra, è necessario reclamare la nascita come un evento di creazione sacra e liberarci dai nostri pattern primali.

Così come dicono le genti di mio padre, i Nativi Americani, “Non riceviamo in eredità la Terra dai nostri antenati ma la prendiamo in prestito dai nostri figli”. Restituiamo il dono in buone condizioni. Manifestiamo la nascita libera e celebriamo la famiglia possibile! Possiamo noi vivere “Mamatoto” con le nostre comunità e il nostro pianeta condiviso.

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