Descolarizzazione dell’apprendimento e arte di vivere

di Igor Niego

 

Mio figlio ha lasciato la scuola a 16 anni, mentre l’altra a 6 anni non ci va; in molti, a proposito del nostro progetto mi dicono: “L’importante è che non rimangano senza fare niente”. Mi fa pensare che tante persone ritengono che tutto ciò che resta oltre la scuola o il lavoro sia “niente”.

Se il primo articolo della Costituzione Italiana recitasse “L’Italia è una repubblica fondata sull’amore e la felicità” probabilmente frasi di quel tipo se ne sentirebbero meno.
Se le persone credono che la scuola sia il mondo reale a cui far abituare i propri figli, allora veramente il mondo finirà  per assomigliare alla scuola.
Se credo che la scuola non sia l’unica realtà possibile, ma uno dei tanti sistemi di cui molte persone hanno bisogno, allora tutto il mondo può diventare la vera scuola per i miei figli e per me.
Quando la scuola sostituirà l’importanza che dà alla NOZIONE con l’EMOZIONE ci saranno ottime probabilità che apprendere diventi una festa non solo per tutti i bambini e i ragazzi ma anche per gli adulti.
Per riformulare il concetto di apprendimento è necessario iniziare a considerarlo meno come un processo logico-cognitivo e più come un’esperienza emozionante. Una sorta di rapimento. Un processo non più imposto e impostato ma finalmente fresco e spontaneo, virale, non misurabile ma tangibile in termini di vitalità dei bambini; un tipo di apprendimento direi selvatico.
L’aspetto logico-cognitivo è solo l’effetto collaterale delle emozioni. Se l’emozione è la causa e l’apprendimento una sua conseguenza, non possiamo privare il sapere  di quella scintilla ludica e avventurosa che è troppo spesso incompresa dalla demenza razionale dell’adulto.
Scopro sempre più il dono dell’ubiquità di cui gode l’apprendimento per smettere di considerare di serie B quello che avviene fuori dai banchi, come se la società mi avesse insegnato a sottovalutare le opportunità imprevedibili di apprendimento che la vita mi riserva in ogni suo attimo; quelle stesse opportunità che, con stupore, un bambino scova in ogni cosa che gli si presenta di fronte.
Continuo a disimparare il fatto che, senza dei professori che convalidano passo dopo passo il mio apprendimento, esso ha meno valore.  Ciò rischia di creare una forte dipendenza psicologica in cui dobbiamo sempre sforzarci di andare bene a qualcuno che ha ufficialmente la licenza di giudicarci e valutarci.
Non voglio più  lasciarmi scappare la benedizione di ogni prezioso momento in cui la vita è maestra.
Quando l’apprendimento coincide con l’amore per la vita stessa, allora la conoscenza diventa saggezza e la cultura può essere coltivata in qualsiasi angolino  della nostra esistenza. Nelle parti del mondo dove la scolarizzazione ha portato una diffusa alfabetizzazione, solo una piccola minoranza di persone è capace di emanciparsi veramente dall’immondizia televisiva per approfondire, attraverso i libri per esempio, i propri interessi culturali. Perché? Non può avere questo a che fare con un’abitudine a non autodeterminare il proprio apprendimento? L’autodidatta  sceglie le proprie fonti e i propri maestri guidato unicamente dalla propria necessità di nutrimento culturale e professionale. L’autodidatta naviga spesso in maniera trasversale tra diversi ambiti culturali e sociali tracciando traiettorie inedite nel mondo della conoscenza e delle relazioni umane. L’autodidatta, ovvero l’unschooler, nel creare fin dal principio della vita il proprio percorso di studio, sviluppa ben prima dell’età lavorativa le qualità del professionista freelance. Il freelance che veramente si è liberato dall’idea del lavoro dipendente, possiede l’arte di modellare il proprio lavoro intorno all’esigenze della propria vita e della propria famiglia – e non viceversa – decidendo il più possibile come, dove, quando e quanto lavorare e guadagnare.
Sono stato troppo abituato a dividere la realtà in due categorie, la teoria e la pratica, ma non sono più così sicuro che questa distinzione sia reale. Riuscendo ad andare oltre questa visione, a cui mi ha educato lo studio scolastico così teorico, la vita potrebbe diventare una palestra per esercitare costantemente una  pratica spirituale che non è altro che l’amore per la vita stessa! E la vita può divenire descolarizzata anche se parte del mio lavoro è con i bambini nelle scuole.
Quando non riesco a vedere l’applicazione pratica di principi che condivido solo in linea teorica, allora sono ancora schiavo di questa divisione dentro di me. Quando questo muro cade, un ponte speciale si crea tra l’ideale e il materiale che trasforma la vita in una sinfonia. Il superamento della distinzione tra la teoria e la pratica ha a che fare con la realizzazione dei propri sogni. Così i sogni possono diventare portatori di abbondanza materiale o posso avere il lusso di sentirmi molto ricco anche possedendo poco.
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8 pensieri su “Descolarizzazione dell’apprendimento e arte di vivere

  1. Sono perfettamente d’accordo! E mi rendo conto come le uniche cose che posso dire di conoscere sono quelle scaturite da un’emozione. Mio figlio ha quasi 4 anni e non vuole andare alla materna.. Eppure è curioso, attento, magico. Sto cercando un’alternativa ma non è semplice.. Se ha qualche consiglio o idea buona..l’ascolto. Grazie di cuore. Silvia, una mamma disubbidiente.

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  2. Un pensierino: riconosco in questo scritto alcune cose vere e molte cose false. La prima che mi viene in mente è che la scolarizzazione descritta qui sopra è ciò che normalmente definiremmo “cattiva scuola”. Il fatto è che la scuola è fatta anche di insegnanti (e non solo insegnanti!) molto bravi che rendono l’apprendimento divertente, ciò che informalmente definiamo “buona scuola”. Prendere solo gli esempi negativi indica una volontà di aver ragione ad ogni costo e senza alcuna logica. Ma la scuola è anche disciplina, non solo apprendimento di nozioni. A scuola si impara anche a stare insieme e a misurarsi tra persone che hanno risorse diverse. Troppo spesso vedo che le persone che stanno male a scuola devono questa insofferenza anche ad una socialità compromessa dall’essere incapaci di “sopportare” il diverso: il ragazzo/ragazza meno bravo di te ma anche (e quanto spesso!) quello più bravo di te o l’incapacità di gestire relazioni di gruppo o di saper parlare senza conflitti, ecc. Non è che la descolarizzazione (moda nata negli Stati Uniti dove, non a caso, la scuola pubblica è un disastro, molto, molto peggio di quella pubblica italiana, che tutto sommato non è poi malaccio…) non produca individui che non sanno stare assieme agli altri? Almeno lo sappiamo perché vogliamo disubbidire e a cosa? Non è che ci stiamo nascondendo un problema tutto nostro per dare la colpa (al solito) agli altri, alla società, alla bistrattata scuola pubblica, a tutti, che in fondo vuol dire a noi stessi?
    A proposito di liberi professionisti… sapeste quanti ne conosco che lo fanno perché in realtà non sono capaci di lavorare in gruppo…

    Uno scettico per natura,
    Marco

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      1. Non so se mi è “utile”. Forse hai semplicemente scelto male la parola, non riesco a capire cosa intendi o sottendi. Se sottintendi che abbia qualche interesse sei proprio furori strada totalmente.

        Sicuramente ognuno ognuno coglie ciò che è un grado di cogliere dal proprio punto di vista e dalla propria esperienza. Io non sono un insegnante, e quindi non parteggio spudoratamente per loro, (anzi…) ma lavoro in una scuola (da più di 15 anni, e non è detto che ci rimarrò in futuro, chissà…) per cui ne vedo tanti (bravi e non). Inoltre ho lavorato 15 anni fuori dalla scuola, nel privato medio piccolo, con il quale mantengo molti contatti, per vari motivi, per cui ho, diciamo, una visione abbastanza completa. E quindi riporto la mia “visione”. Mi dispiace se la mia critica sembri un po’ dura (ora che la rileggo mi pare eccessivamente …) ma ciò che dico lo ribadisco: l’articolo è interessante come visione “diversa” (anche se non troppo controcorrente) sottolineando gli aspetti negativi ma non i molti aspetti positivi. Se fosse un compito d’Inglese sarebbe stato “bocciato” perché troppo parziale (unbalanced): gli inglesi sono molto più attenti di noi alla forma degli articoli.

        Non trovo l’articolo molto controcorrente perché trovo che ultimamente sia proprio di moda sparare sulle istituzioni pubbliche. Mi sembra un indice del generale degrado culturale: le persone sono sempre più ignoranti per vari motivi (Media che fanno disinformazione pelosa in primis…) e hanno sempre meno fiducia nei professionisti, siano questi dottori o professori o scienziati in generale. Tra l’altro questo cozza proprio con l’articolo perché ad un aumento del livello di scolarizzazione, diminuisce il numero delle persone che basano il proprio sapere su quanto riportato dalla televisione, non il contrario.

        Altra nota “dolente” dell’articolo: non nella costituzione degli stati uniti ma nella dichiarazione di indipendenza di quel paese si parla proprio specificatamente di ricerca della felicità dell’individuo (nella costituzione c’è il diritto di andare in giro armato, le due cose saranno collegate? Dubito…). Ma lì il livello scolastico medio è terribile. Ogniqualvolta vedo uno studente Italiano che va negli USA (mi è successo più di una volta in una scuola dove ho lavorato), questo poi torna con voti altissimi (spesso i più alti della classe) e un’esperienza di un pessimo livello scolastico. Quindi direi che il riferimento alla Costituzione Italiana non centra nulla.

        Vedo un proliferare del “fai da te” disastroso in tutti i campi: gente che crede alle cose più strampalate, le teorie più assurde imperano. Come risultato netto la gran parte dei genitori non crede più alla professionalità dei maestri, insegnanti, professori e mette in discussione tutto: dalla didattica alla pedagogia, dai compiti a casa agli esami di maturità. C’è un boom di ricorsi agli esami di maturità che si risolve, nella stragrande maggioranza dei casi con l’eclatante conferma della bocciatura dello studente, indignato e “pompato” da genitori facoltosi (l’operazione costa diverse migliaia di euro), non abituati a vedersi non apprezzato il/la figli*. Non a caso la guida al ricorso per l’esame di maturità è riportata da Google in prima battuta su “Investireoggi”, non proprio il sito dei metalmeccanici. Oppure genitori che cambiano scuola al figlio ogni anno nella speranza che trovi qualche insegnante che lo “capisca veramente” come loro. Poverini. Quindi in ultima analisi è colpa della scuola, del modello didattico. Ma non vedo nessuno (politici in primis…) mettere a confronto modelli didattici diversi, dati alla mano, che a cercare ci sono sicuramente, basta cercare, anzi basta volerli trovare…

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  3. Non era mia intenzione sparare a zero sulla scuola, in questo articolo volevo dare più che altro dignità ad una possibile scelta alternativa ad essa, più che altro per esprimere la contentezza del percorso di vita che sto facendo con i miei figli. In ogni cosa ci sono i pro e i contro, in questo articolo volevo sottolineare i pregi di un apprendimento non accademico. Non vorrei cadere in un malinteso tipo: quando apprezzo le doti di una donna che ho scelto come mia compagna, qualcuno pensi che io stia disprezzando tutte le altre donne. Il mio intento è comunicare il senso di una mia scelta non di mettere in cattiva luce le scelte degli altri. Ecco

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  4. Capisco l’intenzione che è senza dubbio notevole perché mettere in dubbio un modello è l’unico modo per 1) verificare come funziona 2) migliorarlo. Secondo me le due cose, apprendimento scolastico e non scolastico, non devono per forza andare in conflitto. Mi spiego: secondo me, per insegnare certe cose, non c’è un metodo alternativo valido completamente sostitutivo (ma qui, mancano i dati, è solo una mia impressione) sostitutivo all’apprendimento frontale, anche se “riformato” dalle nuove metodologie (Montessori et al.). Ma si può senza dubbio associare altri metodi che diventano notevolmente più efficaci in molti ambiti. Cioè mescolare momenti “frontali” con momenti “di gruppo” o “liberi”, dove la didattica può esprimersi con maggiore libertà secondo i ritmi e le necessità dei singoli. In ogni caso, quello che oggi viene chiamato “modello frontale” non lo è veramente. Non ci sono lezioni dove il docente spiega senza essere interrotto e senza interazione con i discenti (stile conferenze, per intenderci) che erano invece usate molto nella scuola di fine ottocento. Certo che i momenti “diversi” sono lasciati alla sensibilità del singolo docente mentre forse bisognerebbe trovare degli spazi “istituzionali” di sperimentazione di didattiche diverse. Quindi in ultima analisi si potrebbe parlare, invece di descolarizzazione (come il titolo di un noto libro…) ma di destrutturazione della scuola. Allora sì, sarei d’accordo. Poi si discute sul come, naturalmente, che è la parte spinosa…

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  5. Caro giampx,
    leggo con piacere le tue considerazione appassionate sulla scuola, mi sono davvero utili per riflettere, te ne sono grato. In un primo momento l’interesse per l’homeschooling è nato in me come reazione alla “cattiva” scuola, poi qualcosa è cambiato e mi sono avvicinato sempre più all’unschooling. In Italia sono davvero molte le persone che pur non sapendo cosa esso sia ne sono molto spaventati. Uno degli autori che nei suoi libri meglio ha messo a fuoco le possibilità di questa via di apprendimento per i bambini è John Holt che per primo ha coniato e diffuso il termine unschooling.
    La filosofia e la pratica dell’unschooling predilige ciò che un bambino impara dalle esperienze della vita stessa, senza entrare nel merito della qualità dei diversi tipi di approccio scolastico.
    L’unschooling nasce dalla ricerca sui processi di apprendimento del tutto spontanei che, soprattutto alcuni bambini, si procurerebbero se fossero opportunamente accompagnati e se non dovessero seguire un percorso didattico di gruppo prestabilito dagli adulti. Senza togliere nulla al contributo pedagogico che hanno dato coloro che hanno lavorato e lavorano, hanno creduto e credono nella scuola, ho scritto il mio articolo proprio perché sono un po’ stanco di parlare della scuola! E sto passando da una fase di lamentela ad una di forte riappropriazione e responsabilizzazione familiare.
    Non credo che si tratti di stabilire in modo categorico e fazioso se sia meglio l’homeschooling o la scolarizzazione, ognuno scelga secondo il proprio stile di vita, l’ambiente familiare, il contesto sociale, e il tipo di rapporto con le istituzioni e con i propri figli. È giusto che sia così, c’è spazio per tutti e ogni percorso per migliorare la condizione dell’infanzia dentro o fuori le istituzioni è nobile e prezioso. Le scuole come le famiglie sono fatte da persone, in entrambe puoi trovare sia criticità che risorse meravigliose. Credere che possa esistere un modello educativo valido per ogni bambino per me è un’illusione. L’unschooling come la scolarizzazione sono strumenti educativi che ogni famiglia ha a disposizione. Hai perfettamente ragione nel dire che la guerra all’ dell’insegnate svilisce sempre più il duo importantissimo ruolo ma ti assicuro che è molto pionieristico in Italia essere tra le appena mille famiglie che si avvalgono del diritto di educazione parentale. Per quanto ciò sia un’esperienza fantastica, il pregiudizio e la disapprovazione sociale sono molto frequenti. Provare per credere! È vero che esiste il “cattivo fai da te” e non solo la cattiva scuola, ma è vero anche che per fortuna esistono persone di grande spessore umano, culturale e professionale che hanno tratto le proprie competenze più dalle esperienze della propria vita che dal POF delle istituzioni scolastiche. Ma anche se in questa società parliamo di “fai da te” stiamo parlando comunque di persone che hanno ricevuto un imprinting scolarizzato, ce l’abbiamo quasi tutti, quindi “fai da te” per modo di dire. L’homeschooling (o la worldschooling come qualcuno preferisce chiamarla) di per se non sono una garanzia di niente, esattamente come la scuola, dipende chi la fa. Non mi sognerei mai di togliere alle famiglie il diritto alla scuola, e di rendere obbligatoria l’educazione parentale, quest’ultimo diritto invece purtroppo è piuttosto minacciato nel mondo perché l’educazione parentale è illegale in molti stati. Col termine descolarizzazione (deschooling) non voglio esprimere il disprezzo della scuola e di chi ci lavora ma intendo indicare tecnicamente una fase di passaggio da un tipo di apprendimento più “eterodiretto” ed uniformato a programmi predefiniti ad uno più autodeterminato e personalizzato che parta dagli interessi e dalle curiosità di ogni singolo bambino. In Italia dal punto di vista legale, abbiamo la libertà di scelta, quello che manca a mio avviso è una maggiore comprensione del fenomeno dal punto di vista culturale e sociale.
    Certo che se chiamiamo l’educazione parentale dispersione o evasione scolastica stiamo già negando un diritto. Si dovrebbe dire dispersione ed evasione all’istruzione in generale, allora si che si può parlare di una vera e propria carenza del nostro paese. Gli analfabeti di oggi non sono più quelli che non sanno leggere, scrivere e far di conto ma sono ormai coloro che non sanno determinare il proprio apprendimento al di fuori di schemi omologati. Tanti di questi “analfabeti” possono essere tranquillamente laureati o anche professori e, perché no, hai ragione tu, possono essere anche homeschooler! Eppure secondo le mie esperienze con le famiglie homeschooler che in Italia si stanno sempre meglio organizzando in rete per una maggiore socializzazione e condivisione, osservo un fermento culturale e pedagogico piuttosto consapevole, vivace e fiorente.
    Alla luce di queste mie parole mi auguro sia più comprensibile la scelta di persone come me che decidono di lasciare a tempo indeterminato le cosi congestionate istituzioni scolastiche.

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