Chi può assicurarci davvero?

di Debora T. Stenta

 

“BradoSisma”/”Disimparando s’impara” ha inviato in questo periodo una famiglia in un tour di disapprendimento e stravolgimento delle prospettive nel Sud Est Asiatico.
Vi scriviamo così dopo 2 mesi e mezzo di viaggio, prima in Italia, poi a Istanbul e ora, da poco più di un mese, in Indonesia. Questo cammino percorre le tracce di un’ospitalità e uno scambio di aiuto ed energie che mette insieme contatti già esistenti con vecchie/i amiche/i, con amiche/i di amiche/i e i social media dedicati a varie forme di baratto, mutuo aiuto, scambio di competenze, ospitalità gratuita come HelpXchange, Workaway, Couchsurfing, Nightswapping, Educazione parentale e altri. In questi 2 mesi e mezzo non ci è mai capitato di passare una notte in un luogo dove dovessimo pagare per dormire e, la maggior parte delle volte, ci è stato anche assicurato cibo in abbondanza. E dire che siamo in quattro, due adulte/i, un adolescente e una bambina di 5 anni.

L’Indonesia è un luogo dove, per certi versi, è possibile osservare dinamiche e situazioni che, con molta probabilità, sono molto simili a quelle che potevano vivere le/i nostre/i nonne/i. Nei villaggi c’è un forte tessuto sociale di sostegno tra famiglie e c’è una serie di competenze, perdute ormai da noi, che rendono quella indonesiana ancora una società di cose che vengono aggiustate, riutilizzate, trasformate, smembrate e riassemblate. E tutto ciò che si guasta o non dura viene accettato così e senza particolari stress viene ricostruito. Le case stesse, quelle fatte di bambù, hanno una durata molto limitata nel tempo, e loro lo sanno, sanno che prima o poi le rifaranno o ne aggiusteranno le falle fino a che resisteranno.
L’accettazione dell’effimero va di pari passo con una solida sapienza manuale e con la scoperta di soluzioni alquanto divergenti, analogiche, “laterali”, ai piccoli problemi quotidiani. Il pezzo di vetro rotto che manca nella porta di un forno viene sostituito con un pezzo di cartone tenuto fermo da pezzi di legno incastrati dove il vetro si inserisce nella porta metallica. Quel cartone lentamente si brucia e ogni tot settimane va sostituito, ma la soluzione funziona e non c’è ragione, per loro, di trovarne una più duratura.

Abbiamo osservato anche in altre società del “Sud del mondo” questo atteggiamento rilassato nei confronti dell’effimero. È una caratteristica molto comune in luoghi dove si dipende di più dal contesto naturale, dove si accetta di più ciò che è “dato”, ciò che l’ambiente ha predisposto e il ruolo che il contesto sociale ha previsto.
Le cose succedono “inshallah” e anche dove non vi è una prevalenza di musulmani questa filosofia caratterizza il quotidiano, dove spesso non esiste una pianificazione sul lungo periodo.

Qui la nostra intenzione non è di farci suggestionare dal mito del “buon selvaggio”, dal “si stava meglio quando si stava peggio” o dall’erba del vicino che è sempre più verde. La situazione appena descritta porta con sé inevitabili disagi e ripercussioni anche negative nella vita di questi popoli. E per noi occidentali la cosa a volte assume i toni del grottesco e dell’insopportabile. Tuttavia l’incontro con questa prospettiva ci permette di mettere in discussione certi assunti dati per “certi” o per “buoni” nella nostra parte di mondo, cosa che a noi di “Disimparando s’impara”/”BradoSisma” piace particolarmente.

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Luca, un italiano che vive qua da 13 anni e che di cose ne ha dovute disimparare parecchie, ci racconta che i pescatori di Pulau Aceh si immergono di notte usando un compressore che sta sulla barca a cui si collegano tramite un semplice tubo che permette loro di respirare per un po’ sott’acqua, prendere le aragoste e tornare in fretta alla barca per posare il pescato e tornare subito a pescare ancora. Questo modo di immergersi non rispetta assolutamente le norme, non tiene conto dei cambi di pressione e decompressione, tant’è che ad alcuni, non pochi, di loro capita di avere ripercussioni gravi, rimanendo anche invalidi. Questa “malattia” la chiamano la “deco” (da “decompressione”) e ne parlano come fosse un virus che ti prende all’improvviso, “gli è venuta la deco”, dicono. Non è che non sappiano che la “deco”sia la conseguenza di azioni ben precise, ma è come se ci fosse la consapevolezza che qualcosa di più grande, di incontrollabile, governa i nostri destini.

Certo la questione è anche che non c’è molta altra scelta, che la pesca è praticamente l’unica attività su quell’isola, colpita duramente dallo tsunami del 2004. Le ONG che arrivarono ad “aiutare” dopo lo tsunami pensarono bene di dotare i pescatori di computer da polso atti a fornire loro tutti i dati necessari per immergersi in sicurezza ed evitare i rischi; la prospettiva di un facile guadagno immediato ha tuttavia portato i pescatori a rivendersi il computer e continuare a pescare come hanno sempre fatto, accettando i rischi e affrontando, giorno per giorno, l’idea della morte e della sofferenza come qualcosa da cui nessuna “assicurazione” può preservarci.
Qui le auto non sono obbligate ad essere assicurate e le persone si mettono per lo più d’accordo tra di loro, sapendo tra l’altro che chi dovrebbe pagare non ha quasi mai i soldi per farlo. E anche questo è un fattore che viene messo in conto nell’atteggiamento di accettazione di “ciò che è”.

Trattare questo argomento è questione complessa per lo spazio di un articolo; ci piace però riportare delle osservazioni, come quelle dei vari giorni passati a Giacarta: maggiormente naturale è il contesto e meglio vediamo integrato l’atteggiamento descritto, mentre di pari passo con l’urbanizzazione va il bisogno di previdenza, difesa contro i possibili rischi, controllo, sicurezza, utilità, pragmaticità.

Ci viene in mente, per concludere, l’aneddoto raccontato da Leo Buscaglia sulla gente del lago Tonle Sap in Cambogia. Là ogni anno all’arrivo dei monsoni tutte le case e i possedimenti vengono spazzati via. La gente allora sale su zattere comuni e vive lassù per sei mesi. Poi tornano sulla terraferma e ricreano insediamenti che verrano spazzati via di nuovo. Dice Buscaglia: “La natura ha insegnato loro che l’unica cosa al mondo che hanno sono loro stessi. Non gli oggetti. Non possono accumulare le cose, perché ogni anno vengono i monsoni, e non esiste un luogo dove portarle”.

Non esiste un luogo sicuro, non esiste un modo per proteggerci dalla vita e dalle sue conseguenze.
Dalle bianche spiagge di Pulau Weh vi mandiamo questo messaggio nella bottiglia… Su quali sponde approderà?

P.s. Luca gestisce su Pulau Weh un ristorante con bungalow sulla spiaggia che si chiama “Bixio café” nel quale abbiamo mangiato gli gnocchi più buoni della nostra vita, disimparando un altro assunto secondo cui la cucina italiana è buona solo in Italia!

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2 pensieri su “Chi può assicurarci davvero?

  1. Molto bello questo reportage senza esaltazione e senza omissioni. L’intera visione del mondo intercetta la meta a cui ognuno di noi dovrebbe tendere: l’essenzialità

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