Le forze dell’infanzia ci connettono al nostro io selvatico

di Debora T. Stenta e Igor Niego

 

Io sono selvatica di natura
amo tutto ciò che mi tenta
e non mi corrompe
nei boschi sono nate le migliori preghiere
e le migliori dannazioni
Alda Merini

 

 

I bambini nascono non addomesticati.
Sono creature istintive, in contatto profondo con il proprio nucleo vitale. Sanno esattamente di cosa necessitano, ne sono indomitamente consapevoli.
Vengono al mondo con la stessa sapienza analfabeta propria degli animali selvatici, che si riproducono, si nutrono, si muovono lungo precisi sentieri e si riparano mossi unicamente dalla propria natura.
Avete mai osservato un daino, una poiana, un serpente in natura? Sono creature fieramente belle senza saperlo, naturalmente dotate di un senso di autoprotezione della propria libertà, agili e forti, pudiche e spregiudicate, guardinghe e lungimiranti, in totale armonia con il dispiegarsi della propria esistenza.
Proprio come i bambini.
Proprio come tutti noi quando siamo venuti al mondo.
Come i nostri corpi, che hanno ancora impulsi selvatici: reagiscono, si attivano e disattivano, vibrano e funzionano secondo le istruzioni originarie.

 

Entrare nel mondo infantile: accedere ad altri stati di coscienza

Nello stato di coscienza infantile vigono silenzio interiore, unitemporalità, analogia, corporeità, animismo. Il “pensiero” bambino non è lineare, logico, prevedibile, concettuale. È un “non-pensiero” che penetra profondamente la realtà nel qui ed ora. Il concetto, ritenuto generalmente un elemento primario del pensiero umano, veniva invece definito da Gustav Jung come “una pallida approssimazione, una traduzione parziale ed imprecisa di quell’immagine profonda che esso, più o meno goffamente, cerca di esprimere”. La “non-logica” bambina è costituita da queste immagini, che assomigliano a lampi nel cielo.
L’inconscio è la nostra area di selvaticità interna, secondo Gary Snyder, profeta del movimento bioregionale. Per noi adulti rivolgerci all’immaginario magico infantile serve a riabilitare l’inconscio; ricorrere alla razionalità non ci permette sempre un’efficace e creativa risoluzione di alcune problematiche.

Un esempio classico è la paura del buio. Razionalizzare, dicendo ad esempio che nel buio ci sono le stesse cose che si vedono di giorno, può avere sì un’utilità pratica, ma in realtà la paura è rimossa, non superata.
Secondo la sensibilità infantile, la paura ancestrale del buio può anzi essere rafforzata dal fatto di non riconoscere al bambino la facoltà di avvertire lo stravolgimento energetico della realtà in assenza di luce. Effettivamente il buio è un passaggio di stato che ha grandi implicazioni sull’interiorità umana (ci riconnette inoltre con la parte in ombra dentro ognuno di noi), ma spesso noi adulti dell’era della luce artificiale, siamo lontani dall’incanto dei cieli stellati e dei boschi che di notte si popolano di entità, profumi, suoni e ombre misteriose e a volte spaventose.
Rüdiger Dahlke sostiene che “i genitori saggi non accendono la luce, ma avanzano nel buio insieme al loro bambino. Ancor meno cambiano lato della strada quando arriva un cane; piuttosto prendono per mano il proprio figlio per fronteggiare insieme il pericolo e, addirittura, guardarlo negli occhi”.

Noi adulti spesso ci troviamo privi di strumenti per comprendere il mondo infantile, e nel cercare di raggiungerlo talvolta involontariamente calpestiamo quella dimensione psichica particolare, allontanando da essa i bambini. La loro enorme fiducia e capacità di adattamento fa sì che siano disposti a seguirci in ogni caso, anche al costo di rinunciare ai propri “poteri magici”.

 

La vita segreta delle cose

È diffusa l’idea che esista una parte di mondo che viene educata e un’altra parte di mondo che educa. Dal momento in cui, aderendo a questo modello, sentiamo di essere passati dalla prima alla seconda, ci sentiamo investiti da una missione, un diritto/dovere di insegnare ai piccoli le buone norme di comportamento nella società. Questo, ad esempio, trova spesso espressione nell’insistenza sull’uso/rappresentazione convenzionale delle cose. Senza volere, riduciamo così le loro risorse ludiche e la loro inventiva. In questo modo si convincono che un albero può essere solo marrone e verde; in questo modo avvertono sempre di più che per non annoiarsi hanno bisogno di nuovi stimoli (materializzati spesso in giocattoli).
Sovente l’uso anticonvenzionale di un oggetto è una loro scelta voluta: loro hanno la piena capacità di comprendere da soli quali comportamenti sono adeguati ad ogni contesto e basta loro guardare il mondo per constatare qual è l’utilizzo che la gente fa di una posata o di un bicchiere. A nostra insaputa, invece, sono già andati molto oltre, e concretizzano in quell’inconsueto uso/rappresentazione l’inesauribile concatenarsi di corrispondenze che avviene incessantemente nel loro gioco/vita.

Ma quali sono poi i giocattoli per i primi anni di vita? Spesso ci viene chiesto da mamme e papà desiderosi, a volte preoccupati, di creare un ambiente di crescita armonioso e stimolante per i propri figli.
Per noi sono quattro e si chiamano elementi: aria, acqua, fuoco e terra. Pietre, sassi, sabbia, pioggia, rugiada, torrenti, fiumi, conchiglie, pozzanghere, rami, fango, creta, foglie, falò, vento, fiori, gusci…
Esistono certo altri strumenti ludici importanti. Il cibo, ad esempio, vera e propria esperienza multisensoriale che, soprattutto nell’età primale, va molto oltre la mera funzione nutrizionale e fornisce un’ampia serie di possibilità sperimentali.
E se proprio abbiamo voglia/necessità di altri “giocattoli”?
Un’idea può essere una cassetta degli attrezzi vera, per adulti, che non sia un oggetto simulante prodotto per l’infanzia con possibilità di varianti immaginative già prestabilite. Per piantare chiodi veri, nel legno vero, con un martello vero.
E ancora corde, assi, fili, elastici, stoffe, ciotole, carta. Materiali di base con i quali si può inventare.

 

Il bosco come luogo di rinnovamento e salute

La vita del bambino moderno è cambiata radicalmente negli ultimi decenni e i paradigmi pedagogici ancora in voga a livello sia accademico sia popolare spesso continuano a riferirsi a un’idea dell’infanzia un po’ superata. Il distacco della vita attuale dalla dimensione selvatica ha modificato gli impulsi e i riflessi infantili e oggi occorrono nuove forme di accoglienza ed elaborazione delle esperienze.
Fino a 50 anni fa il bambino aveva ancora la possibilità di trovare un rapporto autentico, primitivo, spesso duro, con la natura e la foresta come spazio simbolico della rigenerazione e della fecondità. Oggi i nostri bambini, a parte le ovvie eccezioni, vivono una quotidianità perlopiù statica e indoor, in cui l’attività fisica e/o all’aperto è divenuta una disciplina, talvolta pratica e talvolta teorica, sorvegliata dall’onnipresente occhio vigile dell’adulto “responsabile”, alla quale viene riservato un risicato spazio nella fitta programmazione settimanale; nella quale il rischio è temuto e scongiurato da assicurazioni e misure preventive che privano i bambini di una fetta di vita, ostacolando lo sviluppo di una sana autostima e della capacità di valutare e gestire autonomamente situazioni e difficoltà. I bambini di ieri, se andavano a scuola, usciti dall’aula pascolavano pecore tra i greppi o partecipavano a scorribande e giochi segreti dalle ginocchia sbucciate nelle fratte dei paesi; ai bambini di oggi più frequentemente rimangono pochi, se non nulli, luoghi e tempi in cui possedere ed essere posseduti dalla propria indole selvatica, magari lontani dagli sguardi adulti.

Lo spazio fisico e psicologico del selvatico è un luogo di identificazione con la propria natura più consistente. “Il macchinismo e il razionalismo”, scrive Claudio Risè, “sopprimono nell’uomo e nel mondo la materia vivente dunque il movimento vitale. […] Il bosco è garanzia di fecondità che si rinnova in continuazione, è uno spazio dove stabilire un’amicizia e una devozione con le forze primordiali, con la prima materia della natura e del corpo sulla quale poggiano la nostra stessa saldezza psichica e la nostra capacità di movimento spirituale”.

Durante i nostri campi residenziali, che accadono negli antichi boschi del Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, trascorso il solo primo giorno, si può già osservare “un’espansione” dei confini psichici e corporei dei bambini; in alcuni momenti è possibile quasi palpare la densità del loro silenzio interiore, del loro con-vibrare con le fronde placidamente ondulate dal vento o con il perpetuo flusso del fiume. Si placa quell’irrequietezza originata su divani e banchi che accolgono le loro membra bramose di vita in un abbraccio soporifero, ed emerge, finalmente, lo slancio congenito, ferino, silvano, di queste creature dentro le quali pulsa indomito il desiderio sensuale di conoscenza del mondo e di ritorno alla natura, che non è più solo un luogo da visitare in escursioni e gite, ma uno stato che sgorga direttamente da dentro.

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