Sulla selvaticità dei bambini – parte 1

La rivoluzione non accadrà in un’aula scolastica

traduzione di uno scritto di Carol Black a cura di Debora T. Stenta / aprile 2016

“Nel selvatico è la conservazione del mondo”. Thoreau lo dice in “Camminare” e Jack Turner sostiene che la gente spesso ha interpretato in modo errato la citazione; Thoreau non ha detto che la conservazione del selvatico conserva il mondo; ha detto che il selvatico conserva. Cosa significa? Turner ha trovato un riferimento di Thoreau alla parola “selvatico” come “mosso da volontà intrinseca”. Il selvatico, dunque, è chi vive seguendo la sua propria natura intrinseca piuttosto che piegarsi ad una forza estrinseca.

All’inizio del XX secolo i teorici dell’educazione dichiaravano apertamente che stavano progettando scuole finalizzate ad adattare i bambini al nuovo ordine industriale. I bambini dovevano liberarsi della loro selvaticità e sviluppare abitudini “civili” come la puntualità, l’obbedienza, l’ordine e l’efficienza. Come ha affermato Ellwood P. Cubberley, Rettore della Facoltà di Educazione dell’Università di Stanford, nel 1898: “Le nostre scuole sono, in un certo senso, fabbriche in cui le materie prime – i bambini – devono essere modellate e trasformate in prodotti… Le specifiche per la produzione provengono dalle esigenze della civiltà del XX secolo e la scuola ha il compito di costruire i suoi allievi secondo le specifiche previste”.

Nelle menti di questi architetti della scuola moderna, “bambino”, “selvaggio” e “natura” erano concetti simili; tutti rappresentavano qualcosa di intrinsecamente corrotto, bestiale, informe. “La natura”, affermò William Torrey Harris, Commissario americano per l’Educazione dal 1889 al 1906, è l’antitesi della “natura dell’uomo come spirito”. Egli disse: “Dallo stato selvaggio l’uomo si innalza; realizza le sue idee nelle istituzioni e trova in questi mondi ideali la sua vera casa e la sua vera natura”.

Lo scopo della scuola, in altre parole, era quello di “elevare” i bambini fuori dal loro stato naturale (che era, secondo Harris, “totalmente depravato”) e addestrarli a trovare il proprio posto nel grande progetto dell’uomo di “subordinare il mondo materiale al proprio uso”. Come spiega Harris “le nazioni e i popoli del mondo sono a un livello più alto o più basso secondo il grado in cui hanno realizzato questo ideale di umanità”. Le culture che non hanno visto le cose in questo modo hanno affrontato una scelta: “assorbire la nostra cultura e diventare intellettualmente produttivi, o soccombere”.

Abbiamo dimenticato che questi erano gli scopi originari dell’istituzione in cui la maggior parte di noi è cresciuta; parliamo della nostra esperienza scolastica quasi come una parte integrante della natura stessa, una parte naturale ed essenziale dell’infanzia umana, piuttosto che di quell’esperimento esteso e estremamente recente di ingegneria sociale che in realtà è. Ma il passato, come ha detto Faulkner in una famosa frase, non è mai morto; non è nemmeno passato. Questi scopi originali, come ha sottolineato John Taylor Gatto, sono stati così effettivamente incorporati nella struttura della scuola moderna – con i suoi sistemi sotterranei di confinamento, controllo, standardizzazione, misurazione – che oggi vengono realizzati anche senza la nostra consapevolezza o il nostro assenso.

Non sono, naturalmente, realizzati nei modi in cui gli ingegneri sociali avevano in mente. Questi visionari assumevano che la natura umana fosse infinitamente malleabile; i bambini dovevano essere stampati e modellati come qualsiasi altra materia prima industriale in un prodotto finito predeterminato e il risultato sarebbe stato l’utopia industriale. Ma non avevano fatto i conti col potere dell’istinto dei bambini al dissenso. La mente selvatica si sforza di proteggersi nello stesso modo in cui un cavallo si ribella sotto la sella, con mille strategie di resistenza, ritirata, disattenzione, dimenticanza. I bambini non fanno quello che le autorità dicono che dovrebbero fare, non imparano ciò che gli esperti dicono che devono imparare, e per ogni diligente lavoratore addestrato che creiamo ci sono dieci giovani annoiati, ribelli e apatici che sono alienati e dalla natura e dai propri cuori incatenati.

La prima cosa che fanno i bambini quando li togliamo dal mondo e li mettiamo in un’istituzione è piangere. Prima succedeva nel primo giorno di scuola materna, ma adesso succede ad un’età sempre minore, a volte anche quando hanno solo poche settimane. “Non ti preoccupare” dice con dolcezza la maestra gentile, “non appena ti sarai allontanata andrà bene, non ci vorrà più di qualche giorno. Si adatterà”. E lei lo fa. Si adatta a un mondo al chiuso di cemento e plastica, di luci al neon e di tapparelle chiuse a metà (in barba agli studi che dimostrano che i bambini non crescono bene nelle luci al neon come fanno alla luce del sole; avevamo davvero bisogno che uno studio scientifico ce lo dicesse?). Alcuni bambini soffrono più di altri, guardando attraverso le lamelle delle persiane il luminoso mondo esterno. Alcuni resistono più a lungo di altri, disturbando la cara insegnante, ostacolandola quando possono, rifiutandosi di stare fermi quando viene loro detto di farlo (questa resistenza viene considerata un “disordine”). Ma gradualmente, dopo molti anni di clausura, si adattano. Il mondo di cemento diventa il loro mondo. Non conoscono i nomi degli alberi fuori dalla finestra della classe. Non conoscono i nomi degli uccelli sugli alberi. Non sanno se la luna è crescente o calante, se una bacca è commestibile o velenosa, se il verso di un animale funge per l’accoppiamento o da avvertimento. È in questo contesto che gli attivisti utopistici di oggi propongono di insegnare “l’alfabetizzazione ecologica”.

Un bambino libero all’aperto imparerà quali sono le pietre piatte che nascondono i gamberetti, le piscine ancora ombreggiate dove si riposano le grandi trote, le pendici rocciose dove crescono le bacche selvatiche. Impareranno le forme nelle onde, quali rami degli alberi sopporteranno il loro peso, quali rametti vanno meglio per accendere il fuoco, quali piante hanno le spine. Un bambino a scuola deve imparare cos’è un “bioma” e come usare i logaritmi per calcolare la biodiversità. Molti di loro non lo imparano, ovviamente; la maggior parte di loro non ha interesse a impararlo, e la maggior parte di chi lo impara, lo dimentica il giorno dopo l’interrogazione. I test proclamano che i bambini capiscono l’intricato funzionamento degli ecosistemi, i principi dell’evoluzione e dell’adattamento, ma uno su quattro finisce la scuola senza sapere che la terra ruota intorno al sole.

Un bambino che sa dove trovare bacche selvatiche non dimenticherà mai queste informazioni. Una persona “analfabeta” negli altopiani della Papua Nuova Guinea può riconoscere settanta specie di uccelli dal loro canto. Uno sciamano “analfabeta” nell’Amazzonia può identificare centinaia di piante medicinali. Un aborigeno australiano porta nella sua memoria una mappa del paese codificata in canzoni che si estende per mille miglia. Le nostre menti si sono evolute per contenere grandi quantità di informazioni sul mondo che ci ha dato la vita e per passare queste informazioni facilmente da una generazione all’altra. Ma per conoscere il mondo, è necessario vivere nel mondo.

Le mie figlie, che non frequentavano la scuola, a volte guardavano come i gruppi di scolari ricevevano la loro dose prescritta di “educazione ambientale”. In una giornata di sole lungo una costa rocciosa, una massa di quattordicenni con in mano delle cartelline vagavano senza scopo tra piccole pozze di mare, cercando di non bagnarsi le scarpe, guardando i loro fogli di lavoro più che la vita che pullulava nell’acqua salata. In un sentiero su una catena montuosa costiera, un bus carico di bambini di nove anni irruppe e lasciò cadere fogli di carta rosa che descrivevano una “caccia al tesoro” in cui veniva chiesto di distinguere “oggetti che si trovano in natura” da “oggetti che non si trovano in natura “(diversi oggetti di plastica erano stati nascosti dai loro insegnanti lungo il sentiero vicino al parcheggio: non avevano tempo di percorrere le due miglia fino alla cascata). Gli vennero quindi dati dieci minuti per guardare gli uccelli.

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C’è una qualche consapevolezza della follia di crescere i bambini quasi interamente al chiuso, ma come sempre la risposta della nostra società alla propria follia è quella di creare programmi artificiali destinati a risolvere i nostri problemi artificiali nel modo più artificioso possibile. Coinvolgiamo organizzazioni senza scopo di lucro, organizziamo convegni, progettiamo curricula, programmi post-scolastici e siti web interattivi graficamente attraenti che creano l’impressione veramente angosciante che per poter tenere il proprio bambino all’aria aperta bisognerebbe prima richiedere un permesso statale speciale, una sovvenzione pubblica e assumere un direttore esecutivo e un coordinatore di programmi. Cerchiamo di affrontare ciò che manca nel nostro curriculum obbligatorio creando nuove liste di obblighi.

La verità è che non sappiamo come insegnare ai nostri figli la natura perché noi stessi siamo cresciuti in un mondo di cemento. Per quanto riguarda il nostro compito di “riabilitatori del selvatico” non siamo credibili. Io lavoravo nella salvaguardia e nella riabilitazione della fauna selvatica e l’unica cosa che sapevamo era che un animale giovane tenuto troppo a lungo in una gabbia non sarebbe stato in grado di sopravvivere in natura. Spesso, quando si apre la porta della gabbia, l’animale ha paura di uscire; se esce, non sa cosa fare. Il mondo è diventato sconosciuto, un luogo alieno. Questo è ciò che abbiamo fatto ai nostri figli. Questo è ciò che è stato fatto a noi.

Dopo sette generazioni di questo vasto esperimento, ora inviamo scienziati sul campo per cercare di comprendere chi saremmo stati. Moltissimi studi dimostrano che la nostra sconnessione dalla natura aumenta i tassi di ansia e depressione, che la nostra mancanza di attività fisica porta a diagnosi di ADHD, obesità e persino diabete di tipo 2. Ciò che è meno compreso, a livello globale, è come la nostra separazione dal mondo sta cambiando il modo in cui apprendiamo.

In molte società rurali, l’apprendimento non è forzato; dai bambini ci si aspetta che osservino, assorbano, pratichino e padroneggino volontariamente le conoscenze e le competenze necessarie per quando saranno adulti – e lo fanno. In queste società – che esistono in ogni continente abitato – anche i bambini molto piccoli sono liberi di scegliere le proprie azioni, giocare, esplorare, partecipare, assumersi responsabilità significative. L’apprendimento non è affatto concepito come un’attività speciale, ma come un sottoprodotto naturale del fatto di essere vivi nel mondo.

I ricercatori stanno trovando che i bambini in questi ambienti trascorrono la maggior parte del loro tempo in uno stato di attenzione verso il mondo completamente diverso dai bambini nelle scuole moderne; una ricercatrice pubblica di psicologia, Suzanne Gaskins, la chiama “attenzione aperta”. L’attenzione aperta è focalizzata in maniera ampia, rilassata, sveglia; Gaskins suggerisce che abbia molto in comune con il concetto buddista di “consapevolezza”. Se qualcosa si muove nel vasto campo di percezione, il bambino lo noterà. Se succede qualcosa di interessante, può guardare per ore. Un bambino in questo stato sembra assorbire la sua cultura per osmosi, per gradi impercettibili, raccogliendo ciò di cui gli adulti parlano, cosa fanno, come pensano, ciò che sanno.

Anche i miei amici ed io spesso notavamo che i nostri ragazzi, che non frequentavano la scuola, avevano questa qualità di attenzione mentre si muovevano nel mondo. Erano in uno stato mentale diverso dai ragazzi scolarizzati. Lo si vedeva chiaramente. Notavano tutto. Ricordavano tutto. Le loro menti erano aperte, chiare, sveglie, a proprio agio. Se qualcosa era di loro interesse, subito vi si catapultavano con l’attenzione. Quando incontravamo adulti che erano abituati a trattare con gruppi scolastici – in musei, acquari, siti archeologici, escursioni, progetti vari – dicevano che non avevano mai visto bambini come i nostri. Erano molto sorpresi e si aspettavano che tutti i bambini fossero nervosi, distratti, frenetici e con l’energia repressa, come un cane che è stato rinchiuso in casa tutto il giorno.

Se gli educatori professionali non riescono a capire come fanno i ragazzi fuori della scuola a imparare così tanto senza che venga loro insegnato, può essere dovuto al fatto che non capiscono come funziona questo tipo di attenzione. Quell’attenzione, infatti, si chiude appena la campanella suona. A scuola i bambini devono spegnere i loro poteri di osservazione, devono limitare la loro attenzione e “concentrarsi”, il che significa che non devono notare cosa sta accadendo intorno a loro. Si dice di non guardare fuori dalle finestre. Si dice di non lasciare che gli occhi – o le loro menti – vaghino. A un bambino che mantiene uno stato di attenzione aperta in classe viene diagnosticato un “disturbo” di attenzione e somministrato un farmaco.

Naturalmente l’attenzione aperta non può insegnare molto a chi è confinato per dodici anni in un ambiente di apprendimento povero: una stanza di cemento con tapparelle semichiuse (uno studio ha addirittura suggerito l’eliminazione dalle aule delle scuole materne di bacheche dai colori sgargianti per aiutare i bambini a rimanere “concentrati”.) Una volta che si viene esclusi dal mondo in questo modo, una volta disattivato lo stato naturale di attenzione aperta verso il mondo, non si impara molto quando si viene finalmente lasciati nel mondo. Tutto è sfocato, tutto è noioso.

(Prossimamente verrà pubblicato il seguito dell’articolo…)

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