Sulla selvaticità dei bambini – parte 2

(questa è la seconda parte di un lungo scritto di Carol Black, tradotto da Debora T. Stenta: se vuoi leggere la prima parte cerca “Sulla selvaticità dei bambini – parte 1” nel menu di questo blog…)

Gli adulti in molte culture non industrializzate comprendono che la mente stessa è selvaggia, dotata di volontà propria; non può essere forzata. Come una lumaca che esce dal suo guscio, si tira indietro e si arresta quando viene minacciata, bloccata, spinta. Questo è considerato ovvio in molte culture; è un fatto di buon senso, qualcosa che tutti sanno. L’autrice Inuit Mini Aodla Freeman racconta come, quando è migrata più a sud dall’Artide, la cosa che l’ha sorpresa maggiormente sono stati i bambini: “Non era loro permesso di essere normali, come viene permesso ai bambini della mia cultura: liberi di muoversi, liberi di fare domande, liberi di pensare ad alta voce e, soprattutto, di fare commenti in modo che diventino più saggi… Per il mio popolo, una tale disciplina può impedire che un bambino cresca mentalmente, uccidendo il suo senso di interesse”.

Se la volontà di un bambino viene troppo repressa, dice Aodla Freeman, diventerà poi poco cooperativo e ribelle più tardi. Questa visione si trova in tutto il mondo, in molte parti delle Americhe, in alcune zone di Africa, India, Asia, Papua Nuova Guinea. Era, ovviamente, una grande fonte di frustrazione per i primi missionari nelle Americhe, che erano stati ostacolati nei loro sforzi di educare i figli indigeni da genitori che non permettevano di picchiarli. “I selvaggi”, si lamentava il missionario gesuita Paul Le Jeune nel 1633, “non possono castigare un figlio, né vedere che venga castigato. Quante difficoltà ci daranno nel realizzare i nostri piani di insegnamento dei giovani!”.

Ma come dice l’anziano educatore Odawa Wilfred Peltier, l’apprendimento – come tutti i rapporti umani – si fonda sul principio etico della non interferenza, sul diritto di tutti gli esseri umani a fare le proprie scelte, se non interferiscono con gli altri. Come dice la studiosa e autrice Nishnaabeg Leanne Betasamosake Simpson, l’apprendimento – come tutti i rapporti umani – si fonda sul principio etico del consenso, sul diritto di tutti gli esseri umani di essere liberi dalla violenza e dall’uso della forza: “Se i bambini imparano a normalizzare il dominio e il non-consenso nel contesto dell’istruzione, allora il non-consenso viene normalizzato del “kit di attrezzi” di coloro che hanno e usano il potere”. Questo è impensabile nell’intelligenza Nishnaabeg”.

È interessante notare che gli artisti e gli scienziati più brillanti delle società euro-occidentali ci dicono esattamente la stessa cosa: che è proprio questo stato di attenzione aperta, curiosità, libertà, collaborazione, consenso, che è necessario per ogni vero apprendimento, scoperta e creazione. Ma il nostro sistema scolastico è stato costruito su altre basi.

Pensiamo di vivere in una società multiculturale “avanzata”; pochi oggi parlerebbero della peccaminosità intrinseca dei bambini. Ma le nostre scuole incarnano ancora la paura del “selvatico” dei bambini: la paura che senza un costante controllo, una misurazione costante e la costante minaccia di punizione, essi “sconfinino”, non imparino, diventino anti-sociali, danneggino se stessi o gli altri, diventino adulti incompetenti e impotenti.

Per centinaia di migliaia di anni la natura selvatica dell’orso si è evoluta per portare avanti il suo impulso a vagare a volontà su un territorio di centinaia di chilometri quadrati. Quando un orso viene messo in una gabbia, cammina avanti e indietro finché le sue zampe non sanguinano. Le zampe sanguinanti raccontano una storia, se la si vuole ascoltare: una storia di ampi spazi aperti, di fiumi scroscianti che pullulano di pesci, di larve che si contorcono sotto le pietre nel suolo umido, del profumo di mirtilli selvatici portati per miglia dal vento.

Alcuni animali riescono a vivere in gabbie. Scoiattoli, ratti, piccioni e gabbiani si adattano e prosperano in quasi tutte le condizioni, non importa quanto lontano dalla loro natura originaria. Gli scoiattoli che abbiamo nutrito nel centro di recupero della fauna selvatica stringevano le loro piccole dita intorno alla siringa di plastica del latte e succhiavano con una volontà indomita di sopravvivere. Ma altri animali selvatici non possono adattarsi; diventano disfunzionali, traumatizzati. Camminano fino a far sanguinare le zampe, rigurgitano il cibo, si strappano la pelliccia o le piume. Diventano aggressivi e paurosi in maniera anormale. Oppure si ammalano e muoiono.

Così salta fuori che alcuni dei nostri figli sono più simili a piccioni e scoiattoli, e alcuni sono più come gli orsi. Alcuni di essi si adattano alle pareti istituzionali che mettiamo loro intorno, e alcuni di loro camminano fino a far sanguinare le loro zampe. Il sanguinamento di questi bambini, se lo ascoltiamo, ci può raccontare molte storie su noi stessi. Il ragazzo sedato con un farmaco ci racconta una storia di foreste piene di alberi per arrampicarsi, fiumi per nuotare e pagaiare, grandi prati su cui correre. La ragazza che lentamente si lascia morire di fame ci racconta di una famiglia e un clan in cui l’accettazione è un diritto di nascita piuttosto che qualcosa per cui competere con sottigliezze e buoni voti. I bambini che picchiano, che sfidano al punto di autodistruggersi, ci raccontano una storia di libertà dal controllo autoritario, da piccole ricompense e punizioni, da una sorveglianza e una valutazione infinite. I bambini che si rivolgono alla droga ci parlano di sentimenti di calore, di energia, di intimità e di pace che non trovano nella loro vita fatta di lavoro programmato e competitivo senza fine.

Per decenni l’idea di tossicodipendenza si è basata su ricerche effettuate su ratti di laboratorio dotati di una leva che potevano premere per ricevere acqua mischiata con eroina o cocaina. I ricercatori avevano scoperto che i topi premevano la leva e consumavano la droga finché non li uccideva e così conclusero che la droga stessa era la causa del comportamento dipendente. Ma uno psicologo di nome Bruce Alexander notò qualcosa di diverso. I ratti che morivano in questo modo erano stati isolati in un ambiente innaturale, una nuda scatola di Skinner dove non c’era nulla di gratificante da fare se non auto-stimolarsi con la droga. Quando furono collocati in un ambiente più diversificato e naturale, in grado di interagire liberamente con l’ambiente e con altri ratti, il loro uso di droga si ridusse di più di tre quarti. In altre parole, se si dava loro una vita che volevano vivere e un mondo in cui volevano vivere, non si autodistruggevano. O, come ha affermato Johann Hari: “Non sei tu. È la tua gabbia. “

Il nostro DNA è un testo, un vasto e intricato testo sacro, che trasporta informazioni non solo su noi stessi ma sull’universo per cui siamo stati creati. Tutti amiamo l’acqua pulita; tutti amiamo il cielo blu. Le nostre nature, la nostra natura selvaggia umana, si sono evolute, come quella dell’orso, per centinaia di migliaia di anni in un’armonia intricatamente dettagliata con l’ordine e la bellezza infinitamente dettagliati del mondo.

Si tratta di un romantico dibattito sul “buon selvaggio”? Significa che i bambini nel loro stato “selvaggio” sono piccoli angeli perfetti? No. Significa solo che, per quanto pensiamo di essere intelligenti, noi siamo una specie dei mammiferi e come ogni altra specie di mammifero abbiamo una storia naturale, una natura evoluta – una natura selvaggia – che non rispettiamo a nostro rischio e pericolo.

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Ci siamo spinti così lontano dalla natura della nostra specie che le strutture sociali si sono evolute per sostenere e tenere sotto controllo questa evoluzione. Le società umane, ovviamente, sono molto più variabili delle società animali; c’è una varietà straordinaria di colori, suoni e storie che vediamo nelle migliaia di culture in tutto il mondo. Ma sotto le tante differenze, ci sono profonde analogie che appaiono nei popoli di tutto il mondo e in tutta la storia umana fino alle complesse dislocazioni dell’era moderna.

Nelle società indigene in tutto il mondo, in tutti i continenti, vediamo bambini e neonati tenuti vicino da genitori e nonni, zie e zii, fratelli e cugini. Vediamo i bambini intimamente incorporati nel mondo naturale e liberi di spostarsi e utilizzare i loro corpi all’aperto. Vediamo i bambini incorporati nelle loro comunità e liberi di osservare e partecipare al lavoro, al tempo libero e alle celebrazioni degli adulti. Vediamo complesse strutture sociali di famiglia e clan estesi di età mista che stanno vicino ai bambini, insegnano il rispetto e tengono i comportamenti anti-sociali controllati in modo più efficace e con meno conflitti rispetto alle istituzioni su cui noi contiamo attualmente. Vediamo persone connesse alla terra con una profondità e una ricchezza e un senso di reciproca relazione etica che sono inimmaginabili ai moderni esseri umani urbani.

Non vediamo bambini confinati in casa per dodici anni della loro infanzia, non vediamo bambini segregati con persone di età uguale sotto la cura di sconosciuti, non vediamo uno stato di concorrenza perpetua in cui i bambini vengono misurati e classificati in rapporto ai loro coetanei e in cui “aiutare il prossimo” equivale a “imbrogliare”. Non vediamo che i genitori devono scegliere tra crescere i propri figli da soli senza sostegno e pagare degli sconosciuti per farlo per loro. Non vediamo i giovani che si fanno morire di fame, si autolesionano, si uccidono.

Nessuna società umana è utopia; nessuna società umana potrà mai eliminare la sofferenza, il conflitto e il dolore. Ma le patologie gravi e epidemiche che si sono sviluppate nelle nostre istituzioni moderne – il bullismo, i disturbi alimentari, la depressione, l’ansia, l’autolesione compulsiva – sono distinguibili e identificabili come le patologie che si sviluppano negli animali che stanno negli zoo.

Infatti, sono uguali.

Un vecchio detto dice che ci sono due tipi di persone nel mondo: quelle che dividono tutto in due categorie quelle che non lo fanno. Per i popoli indigeni, naturalmente, non esiste una concezione di “selvatico” o di “natura”. C’è solo il mondo, di cui gli esseri umani sono parte integrante. Thoreau, nonostante i suoi molti grandi contributi – dal suo lavoro dettagliato come naturalista alla filosofia della disobbedienza civile che ha ispirato due dei più grandi movimenti di liberazione del ventesimo secolo – rimase immerso nel dualismo eurocentrico selvaticità/civiltà. Era affascinato dall’idea di “indiano”, ma ebbe difficoltà a comprendere che il popolo Penobscot che aveva incontrato non accettava di rientrare nelle sue categorie di “selvaggi” o “buoni selvaggi”. E ci rimase un po’ male all’idea che il selvatico minaccioso, esilarante e impressionante che incontrò nelle grandi foreste del Maine per i Penobscot era semplicemente “casa”.

Questa stessa divisione psicologica, o dualismo, guida la comprensione occidentale dei bambini e dell’apprendimento oggi. Noi vediamo i nostri figli o come selvaggi o come buoni selvaggi, o come angeli innocenti o come piccoli demoni che sono lì per farci impazzire, privarci del sonno, rovinare le nostre vite sessuali, distruggere la nostra pace nei ristoranti e sugli aerei. Come John Holt ha detto in una famosa frase, li vediamo come “una miscela di costoso fastidio, schiavi e iper-animali domestici”. Quello che più fatichiamo a vedere è che sono esseri umani molto simili a noi.

Ma questo non è vero per tutti, ovunque. Le stesse persone che non si vedono come “sopra” la natura, ma come dentro di essa, tendono a non vedere se stessi come “sopra” i figli, ma accanto a loro. Non vedono nessuna linea netta tra lavoro e gioco, tra insegnante e studente, tra l’apprendimento e la vita. E non è una coincidenza.

I bambini, come il mondo naturale, non beneficiano dei nostri dualismi. Quando è libero di correre all’aria aperta, spostarsi, parlare, fare domande, esplorare, giocare, lavorare, partecipare – essere “normale”, come direbbe Mini Aodla Freeman – il bambino che è “indomito” in una classe, diventa un essere umano, un compagno amichevole e utile. Non è un angelo perfetto, solo una persona normale, intelligente e simpatica come tutte le altre.

Ma la visione dualistica scorre profondamente nel nostro sistema educativo che, come sottolinea Peter Gray, divide la vita in “lavoro” (che è sgradevole ma importante) e “gioco” (che è divertente ma senza significato), gli esseri umani in “insegnanti” (che hanno il controllo per impartire la loro conoscenza) e “studenti” (che devono essere controllati per ricevere la conoscenza). La convinzione che ci voglia sempre qualcuno che comanda è graniticamente persistente, intessuta nel nostro pensiero a un livello molto profondo. Deve sempre esserci un soggetto e un oggetto, un capo e uno schiavo. Abbiamo dimenticato come vivere e lasciar vivere.

Il teologo politico Toby Rollo ha sottolineato come la sottomissione forzata dei bambini da parte degli adulti costituisce la base psicologica di ogni altro modello di sottomissione politica ed economica. Questa non è una metafora; è un principio strutturante della realtà politica. Durante l’epoca dell’imperialismo e del colonialismo – la stessa in cui è stato creato il nostro sistema scolastico moderno – le persone indigene, le persone di colore, le donne di tutti i colori e i bianchi più poveri erano tutti considerati come bambini, bisognosi di tutela e disciplina paterne. E siccome si pensava che i bambini spesso avessero bisogno di castighi violenti – per il loro bene! – era naturale che gli adulti considerati come bambini dovessero ricevere lo stesso.

Non dividiamo più le persone definendole “civilizzate” o “selvagge”, ma “istruite” o “non istruite”, “sviluppate” o “in via di sviluppo” (i termini moderni per dire la stessa cosa). Adottiamo gli stessi atteggiamenti paternalistici dei nostri antenati, verso i nostri figli e verso gli adulti considerati come bambini che troviamo in tutto il mondo: un paternalismo in cui la patina della benevolenza è sorretta dalla costante minaccia della forza violenta. Il controllo è sempre così seducente, almeno per la mente “sviluppata” (“civilizzata”). Sembra così soddisfacente, così efficiente, così efficace, così potente. Nel breve periodo, in qualche modo, lo è. Ma crea mille tipi di ripercussioni, dai bambini ribelli agli uragani che si abbattono sulle nostre coste, fino ai fucili e alle bombe che esplodono in tutto il mondo.

Gli ingegneri sociali che hanno dato forma al nostro mondo hanno capito molto bene che, per quanto la civiltà “progredisca”, ogni nuovo essere umano nasce selvaggio – in altre parole, umano – e hanno apertamente dichiarato di voler creare un’istituzione che potesse rompere quella volontà, quell’autodeterminazione – che potesse sottomettere il selvatico – dei nostri figli. Funziona. Ma come qualsiasi altro intervento radicale nel mondo naturale, come le dighe, come i pesticidi, come le colture geneticamente modificate, l’istituzionalizzazione di massa dei bambini altera la nostra vita e il nostro pianeta in modi che sono sia imprevedibili sia al di fuori del nostro controllo.

Le specie muoiono, il nostro pianeta si riscalda e con la missione di insegnare ai nostri figli a salvare il mondo, continuiamo a distruggere la loro selvaticità, “socializzandoli” lontano dalla natura e nella gabbia che abbiamo costruito intorno all’infanzia. I nostri bravi insegnanti cercano di trovare modi per renderlo “divertente”, per limitare o almeno ridurre il danno che viene fatto; come i guardiani degli zoo che danno le palle agli orsi polari prigionieri, cercano di trovare dei sostituti per ciò che è andato perduto. Ma il mondo è troppo bello per sostituirlo, e il più selvaggio dei nostri bambini – quello che sedano con il Ritalin, quello che sedano con il Prozac – lo sa. Questo bambino è quello che non obbedirà ai capi, che non prenderà posto come ingranaggio nella macchina che sta distruggendo la terra. Non è lui che ha un “disordine”. È quello che mantiene ancora l’universo perfetto nel suo cuore.

La rivoluzione non accadrà in un’aula scolastica

Nel selvatico è la conservazione del mondo.

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